Chi è Simão (Simone)?
Simão do Vale Africano
testo di Rossana Mendes Fonseca
Cresce sin da piccolo nel mondo del Teatro (e lavora come attore, regista, traduttore e produttore per più di dieci anni), ma la sua incursione nella Fotografia nasce dall’esigenza di soddisfare una sua storica riflessione in merito alla “cattura del tempo” e alla materializzazione visiva del processo percettivo. Per un lungo periodo – quando si lasciava affascinare sia dalle immagini sia dalle parole – i processi di creare una regia e di creare una fotografia si incrociavano in un modo da comporre un tableau, da stabilire linee e ripetizioni, da creare un’ambientazione, un’ipotesi d’azione, da inventare una forma di esistenza. Oggi, (ri)crea spazi ove luce e colore vengono modulati, spazi eminentemente narrativi la cui presentazione, però, richiede una qualsiasi e essenziale distanza, “un’igiene” dello sguardo.
È per lui certo che la libertà può derivare soltanto dall’immaginazione; e l’impulso che emana dall’immaginazione viva, assieme ad una scrupolosa e cosciente azione, è il percorso fondamentale per “riscriversi”.
“Catturiamo un pezzo di tempo quasi aleatorio, perché non siamo sicuri di ciò che toccherà o non toccherà il sensore (o la pellicola) ed è tutto mediato dal rapporto con la nostra visione e con la nostra percezione di movimento (che altro non è che il tempo trascinandosi davanti ai nostri occhi).”
In tutti i giorni che passano, Simão muore un pochino, dorme poco e sogna relativamente. Si sveglia tardi, irrequieto e, forse perché crebbe in una casa di pazzi, prova a nutrirsi tutte le “mattine” di sensi dell’umorismo e della bellezza, le sue armi preferite contro l’inevitabilità.
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